Wangari Muta Maathai

Figlia di un agricoltore naque nel 1940 e fu una delle poche bambine del tempo ad avere la possibilità di frequentare la scuola elementare ma solo perchè lottò per assicurarsi un’istruzione. Era una studentessa molto brillante, così arrivò anche al liceo, vinse una borsa di studio per iscriversi all’Università in America, in Kansas, grazie al programma “Ponte aereo Kennedy” destinato agli studenti meritevoli e si laureò in biologia presso l’Università di Pittsburgh. 

Lottò anche per completare il suo dottorato. Tornando in Kenya dopo la specializzazione nel 1966, con la nomina per un posto di assistente di ricerca in zoologia presso l’University College di Nairobi. Tuttavia, scoprì di essere stata sostituita da uno studente maschio, non ancora laureato, di etnia diversa dalla sua. 

Ma non si arrese. Completò il suo dottorato presso le Università di Giessen e di Monaco nel 1971, diventò docente di Anatomia Veterinaria all’Università di Nairobi nel 1975, preside del dipartimento nel 1976 e professoressa associata nel 1977. Fu la prima donna africana a raggiungere queste posizioni

Il Green Belt Movement

Per svolgere una ricerca sui parassiti del bestiame percorse il Kenya in lungo e in largo e toccò con mano i danni ingenti all’ambiente e alle persone causati dalla distruzione di gran parte della vegetazione del luogo, sostituita da estese monocolture commerciali di tè e caffè; smottamenti, frane e l’interramento di interi corsi d’acqua erano solo alcuni degli effetti dell’erosione del suolo dovuta alla deforestazione; incontrò le donne del luogo, che si lamentarono per il terreno impoverito e privo di sostanze nutritive, per la mancanza di legna da ardere e di zone in cui far pascolare il bestiame e per la scarsità di acqua potabile dovuta al prosciugamento dei fiumi.

Maathai si rese conto che la povertà del suo paese era strettamente connessa al depauperamento ambientale e che la soluzione del problema doveva passare attraverso il coinvolgimento delle donne. Nel giugno del 1976 si recò a Vancouver per partecipare ad Habitat I, la prima conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani. Al suo ritorno, durante una riunione del NCWK, propose una soluzione semplice ma geniale: far piantare alberi alle donne del luogo.

Nel 1977, quindi, fondò il Green Belt Movement. Si tratta, di fatto, di un movimento ecofemminista che vede nell’atto di piantare alberi una forma di azione radicale contro i sistemi che creano povertà rurale. Allo stesso tempo, rappresenta una soluzione a un problema molto concreto. In dieci anni, l’organizzazione crebbe: dal Kenya arrivò fino in Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe. Oggi, a distanza di più di quarant’anni, gli alberi piantati in Kenya sono oltre 51 milioni, più dei circa 40 milioni di abitanti del paese. Dal 1977 a oggi, oltre 30.000 donne delle aree rurali del Kenya hanno coltivato piantine, piantato alberi e svolto altre attività connesse allo sviluppo del territorio e delle sue risorse – come l’apicoltura e la conservazione dell’acqua piovana – ricevendo un compenso per il loro lavoro.

L’attenzione di Wangari si allargò poi ai diritti umani, in particolare di donne e bambini, e alla lotta per la democrazia e per una società multietnica. La sua azione contribuì a sollevare l’attenzione nazionale e internazionale sull’oppressione politica in Kenya, incoraggiando soprattutto le donne africane a battersi per una vita migliore. Per la sua critica alla corruzione del regime keniota venne picchiata, diffamata e più volte imprigionata. Le attiviste vennero picchiate, incarcerate, minacciate di morte, ma continuarono a distribuire semi e a insegnare alle altre a curare i vivai, a difenderli con forme di lotta non violente, protette da agenzie dell’Onu e da Ong straniere, e finanziate dalla Società forestale norvegese. 

Occupò terre pubbliche cedute spesso illegalmente a società straniere, campi da golf costruiti per gli amici del presidente e persino il parco al centro di Nairobi dove il presidente intendeva costruire un grattacielo e farne la sede del proprio partito. Le campagne di diffamazione, gli arresti e i processi si moltiplicarono.

Nel 1985 il terzo vertice delle Nazioni Unite sulle donne si tenne a Nairobi, le delegate furono accompagnate a vedere gli alberi da frutta e da legna che stavano crescendo attorno alle scuole, alle chiese, ai campi coltivati. Ne nasce il Pan African Green Belt Network che in quindici paesi combatte la desertificazione, la siccità e la fame. Il risultato: una cinta verde di quasi 30 milioni di alberi che attraversa l’Africa subsahariana.

Nel 1997 diventò il simbolo di una possibile leadership femminile, candidandosi alle elezioni contro il presidente Daniel Toroitich arap Moi.

Il 1999 fu invece l’anno della protesta contro il piano del governo di svendere parti della Karura Forest. Maathai e i suoi sostenitori risposero piantando alberi vicino alla foresta. Le guardie di sicurezza aggredirono i contestatori e Wangari rimase ferita. Tuttavia, anche in questo caso, il progetto governativo fallì.

Maathai diventò la voce simbolo delle migliori forze africane e della lotta per promuovere la pace e il benessere nel continente. Venne per questo insignita di numerosi premi internazionali, tra cui il Global 550 dell’ONU e il Goldman Environmental Award

Grazie al suo impegno sociale e ambientale, nel 2003 Wangari Maathai diventò viceministro dell’ambiente del nuovo governo – eletto dopo 24 anni di regime – presieduto da Mwai Kibaki e rimase in carica per due anni. Nel 2005 venne insignita del Premio Nobel per il suo contributo a uno sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace. Decise di festeggiarlo nel modo migliore che conosce: piantando un albero nella terra rossa della valle dominata dal Monte Kenya. Nel 2006 pubblicò la sua autobiografia, Unbowed (trad it. 2007 Solo il vento mi piegherà, Sperling&Kupfer).

Muore di tumore del 2011, ma non senza lasciare in eredità i frutti di una vita di battaglie: 51 milioni di alberi piantati in Kenya e 30.000 donne formate in attività come la silvicoltura e l’apicoltura, in grado di assicurare un reddito ma preservare le risorse e la diversità degli ecosistemi

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