Le donne sarde e le tradizioni

Scritto da Anna Panzali – Avvocata (per saperne di più clicca qui)

Quando in Sardegna Dio era una donna si manifestava attraverso il culto della Grande Madre e per i sardi quella dea ha ancora un nome: è la Dea Madre.

Di circa 130 statuette rappresentanti divinità sarde, rinvenute in tutta la Sardegna, ad eccezione di cinque di forma maschile, tutte rappresentano una dea.

In Sardegna si parla anche di matriarcato (soprattutto nella zona della Barbagia) o di matrifocalità  proprio per spiegare come la donna fosse importante e fondamentale non solo nella gestione della famiglia ma anche nel rapporto con la comunità.

Venendo ai giorni d’oggi, riscontriamo l’importanza della donna in Sardegna soprattutto quando parliamo di tradizioni: molte delle tradizioni sarde, infatti, si tramandano di madre in figlia e in nipote.

Così, le ricette di cucina tipica  vivono ancora oggi in piatti gustosi come il pane frattau, la zuppa gallurese, le tiliccas, le seadas, su filindeu, le lorighittas, etc.

Così, le leggende popolari attraversano gli anni e raccontano di fate mitologiche, le janas, dispensatrici di ambitissimi tesori. Narrano di riti magici di diavoletti tentatori e folletti dispettosi. Erano sempre le donne a raccontarle.

Così, nell’artigianato sardo la donna intesse ancora tappeti con disegni antichi, ricama scialli che rendono nobile il portamento delle signore che li indossano, modella la ceramica con forme che ricordano oggetti ancestrali. Anche lì dunque, nell’artigianato, la fanno da padrone le donne: non a caso fu un gruppo di sette donne tessitrici che formò l’unione delle Artigiane Autonome Mogoresi e che promosse la prima Fiera dell’Artigianato a Mogoro, oggi arrivata alla 60ma edizione, che ogni anno attira un pubblico sempre più numeroso.

In Sardegna circa 40.000 imprese sono guidate da donne di queste 5.000 circa sono imprese artigiane. L’imprenditoria al femminile è forte, dinamica, innovativa, ma per una donna portare avanti un’attività non è facile: le imprenditrici sono divise tra responsabilità in azienda e impegni familiari. Portano avanti aziende e famiglie, sostengono l’economia creando posti di lavoro. E resistono alla crisi, cercando sempre il modo di superare le difficoltà e affrontando nuove sfide. 

Oggi, dunque, per celebrare le donne sarde che tengono vive tradizioni a volte millenarie, voglio parlarti di alcune di loro che tenacemente perpetuano e sono depositarie (alcune uniche) di una tradizione sarda che altrimenti si sarebbe persa nel nulla.

La prima di cui vorrei parlarti è Anna Gardu: è l’ultima delle 4 generazioni che si sono succedute, sempre per linea femminile, dopo il capostipite Nicola Colli, nella pasticceria di Oliena (NU) dove portano avanti un’antica tecnica familiare del decoro dei dolci di mandorle, la tecnica della ghiaccia applicata anche a quella “a puntu”, ossia quella attraverso la quale un disegno è ottenuto con una serie di piccoli punti riportati su una ghiaccia, con ulteriore ghiaccia. 

Anna Gardu oltre che ricamare i suoi dolci come se fossero merletti, pizzi, trine e filigrane, ritiene che le materie prime di cui sono fatti i dolci debbano essere di prima qualità. I dolci di mandorle di Oliena (Guelfi, Amaretti, Torroncini, Croccanti, Gattò, Confetture, Meline, etc…) che lei decora in maniera sopraffina sono fatti di Mandorle Sarde e non Baresi. Infatti, la nostra artigiana si è fatta promotrice del recupero della filiera produttiva della Mandorla di Oliena soppiantando così quella Barese che era prima la più utilizzata. Le mandorle di cui sono fatti i suoi dolci sono ricche di oli ed enzimi che conferiscono al frutto la sua grassezza ed al dolce un gusto più incisivo sebbene ancora delicato.

La riflessione imposta dai suoi lavori va quindi oltre la bellezza applicata al cibo soffermandosi anche sulla biodiversità, sulla necessità di rivalutare l’artigianato, i saperi e sapori del territorio e un’economia, sempre più spenta e disumanizzata, che ponga nuovamente al centro l’essere umano, i ritmi stagionali e il consumo responsabile.

Per le sue mani d’oro e le sue opere d’arte Anna, nel 2017 in Giappone, è stata insignita del titolo di “Tesoro Nazionale Vivente”, in quanto detentrice di quella sapienza manuale che i giapponesi stimano e rispettano, assimilando gli artigiani a un bene nazionale perché ambasciatori della propria cultura tradizionale nel mondo.

Anna è un’imprenditrice industriosa e ricca di idee oltre che di talento, infatti, ha in mente altri progetti: partendo dalla filiera della mandorla autoctona vorrebbe arrivare a creare una scuola del dolce tradizionale, una pasticceria in consorzio e, soprattutto, un museo del dolce.

Vedere i suoi dolci è come vedere delle opere di un antico mastro cesellatore, viene quasi il dubbio di non poterle mangiare, ma lei insiste che la bellezza dei suoi dolci deve essere assolutamente accoppiata all’emozione del loro assaggio!

La seconda donna di cui ti voglio parlare è Chiara Vigo, maestro di Bisso (così si fa chiamare), antica arte della tessitura di un materiale rarissimo, forte come il cotone ma prezioso e luminoso come la seta, ricavato dalle gnacchere o Pinne Nobilis, molluschi bivalve, una specie di incrocio tra cozze e ostriche alte fino a un metro e mezzo (ora specie protetta), le quali producono una sorta di barbetta che usano per ancorarsi al fondale. Questa barbetta, chiamata Bisso e già conosciuta nell’antichità per la sua bellezza (di vesti in “seta del mare” si coprivano sacerdoti e re, e nelle occasioni speciali veniva tinta di rosso; del Bisso parla anche la Bibbia), dopo un lungo lavoro che parte con la dissalatura, prosegue con la cardatura, lo sbiondamento e finisce con la filatura, diventa lucida e setosa. 

Chiara ha ereditato per trasmissione diretta e familiare, un patrimonio di conoscenze antiche che passa di Maestro in Maestro da 28 generazioni in modo iniziatico, medianico, velatamente sciamanico e nell’acquisirlo ha accettato sotto giuramento di servire e proteggere mare e terra, ai quali la sua arte è profondamente legata, nonché di vivere di offerte “Tutto quello che costruisco – spiega Chiara –  è di tutti, non si vende e non si compra“. Le sue opere sono esposte in vari musei nel mondo, su di lei e la sua arte hanno scritto libri e girato documentari,  studenti universitari svolgono le loro tesi di laurea, ma nella sua piccola città a sud-ovest della Sardegna, fa fatica persino a tenere aperta la bottega. Ha creato un Museo del Bisso a Sant’Antioco e condivide le sue conoscenze, gratuitamente, con tante persone e in tanti modi diversi, attraverso laboratori e presentazioni, progetti di ricerca con le Università, incontri con le scolaresche, nonché donando le sue opere a città e musei, italiani e internazionali.

Come detto sopra, Chiara eredita la sua arte ma non si accontenta: per sette anni studia l’habitat della Pinna Nobilis, si immerge con venti forti o leggeri, al chiarore della luna o al buio. Riesce a capire che ai primi di Maggio i fanghi dello stagno sono più molli e si può togliere il mollusco, tagliare una parte della seta e ripiantarlo nel fondo senza farlo morire. Capisce che in quel modo ricrescono i filamenti e l’animale non è danneggiato. E questo per lei è fondamentale.

Tesse il bisso su un ordito di lino a mano in grandi telai a pedale o con le unghie su un piccolo telaio di legno e le sue opere rappresentano animali simbolici della tradizione sarda (leoni, pavoncelle, navi nuragiche, alberi della vita); colora lei il bisso con sostanze naturali che estrae da foglie, radici, cortecce senza uccidere gli animali e senza inquinare.  

Ripudi l’uomo tutto quello che è a scapito della natura“. Ecco il messaggio che Chiara Vigo sta custodendo per noi e a cui siamo tutti chiamati a dare forza.

La terza donna di cui ti voglio parlare è Paola Abraini: la tradizione che porta avanti da quando era ragazza è quella della preparazione de “Su Filindeula pasta più rara al mondo che in Sardegna è fatta da meno di 10 donne. 

È fatta di un impasto di semola di grano duro, acqua e sale.  Si lavora la pasta a lungo fino a portarla a una consistenza molto morbida. L’elasticità è fondamentale e si ottiene umidificando l’impasto con dell’acqua salata preparata a parte: impossibile definire il momento esatto in cui è necessario inumidirla, è una sensazione che riconosce solo chi sta lavorando. L’impasto così ottenuto, fatto a filone, viene stirato a mano per 8 volte diventando in questo modo un insieme di 256 fili. Questi fili vengono poi stesi sopra su fundu, un vassoio di legno (un tempo era fatto di asfodeli) incrociandoli 3 volte finché non assume le sembianze di un tessuto a trame sottili, intrecciate e trasparenti (sembra quasi una garza). Viene poi fatto essiccare al sole e poi spezzato, bollito nel brodo di pecora e servito come una minestra con abbondante pecorino grattugiato. A chiederla vengono dal Giappone, dall’Arabia e dalle Americhe. Impossibile per ora produrlo su scala industriale (la Barilla provò a chiederle dei consigli, ma non riuscì a riprodurre con una macchina ciò che delle sapienti mani fanno per tradizione). 

Filindeu significa “Fili di Dio” e veniva servito ai pellegrini che da Nuoro si recavano a Lula per la festa di San Francesco. È stato per molti anni un piatto della festa che si faceva solo in occasioni molto speciali.

Nella famiglia di Paola questa tradizione si mantiene da più di 300 anni e lei, dopo averla insegnata alla nipote e alla cognata, non avendo altri familiari a cui trasferirla, ha aperto la sua casa ad altre ragazze di Nuoro e dintorni, affinché imparassero come preparare Su Filindeu. Molte di loro non sono più tornate per la difficoltà riscontrata. Così Paola, non solo è stata a Roma per far effettuare le riprese delle fasi di preparazione alla rivista Gambero Rosso, ma ha anche iniziato a preparare la pasta speciale per tre ristoranti della città di Nuoro.

Queste sono solo tre delle numerosissime donne legate a tradizioni sarde e sono anche tra le più conosciute ma io sono sicura che nella maggior parte delle famiglie sarde ci sia una nonna (o bisnonna vista la nostra longevità) o una mamma che ancora porta avanti altre tradizioni lontano dai riflettori ma piena di amore per la propria terra e la propria famiglia … mia mamma ad esempio, insospettabilmente, sapeva fare “Sa Meixina ‘e s’ogu”!

Scommetto che anche nella tua famiglia si porta avanti qualche tradizione, se vuoi puoi scriverlo nei commenti!

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