L’unico mondo possibile dalla resilienza all’azione

Scritto da Vania Erby – Ingegnera Esperta in politiche ambientali (Per saperne di più clicca qui)

Ti sei mai interrogata su quali azioni concrete hai mai messo in campo per opporti come individuo alla crisi climatica? Ma, soprattutto, ti sei mai chiesta se quelle azioni avessero fatto la differenza

Io mi sono posta tante volte questa domanda prima di porla a te e la risposta, scontata per quanto riguarda la mia esistenza, è “No, nessuna differenza!”

E’ stato a questo punto che ho dovuto riprendere in mano la mia esistenza e ho capito che era necessario e urgente passare all’azione. Uno dei frutti di questo agire è stata la scrittura di un libro: L’unico Mondo Possibile dalla resilienza all’azione, un viaggio introspettivo tra crisi ambientale e crisi dei valori. Il bello è che, sino a quando non  mi sono posta quella domanda, ero abbastanza convinta, anzi, piuttosto convinta di avere un’esistenza mediamente virtuosa e mediamente sobria. Ho provato una grande delusione nel dover ammettere a me stessa e agli altri che la mia vita non era affatto virtuosa e non era affatto sobria

Siamo in fin dei conti tanti piccoli esseri umani estranei al mondo in cui viviamo, che galleggiano in un immenso oceano. Stavo finendo alla deriva con miliardi di altri piccoli uomini che galleggiano con me nello stesso mare di illusioni e di rifiuti. Ho capito allora che il fulcro della crisi ambientale non è l’Uomo ma la società tutta e i valori che orientano le scelte degli individui.

Ti sei mai chiesta cosa sia la coscienza? Cosa ci porta ad agire o a non agire? Queste sono le domande che ciascuno di noi si dovrebbe porre per affrontare correttamente la questione ambientale. Credo profondamente che manchi la consapevolezza di un’origine comune, di una sentita e condivisa appartenenza ad un mondo di tutti. Siamo per lo più sprovvisti di una cittadinanza sociale ed ecologica che tuteli la vita. Ho cercato di comprendere i motivi reali per i quali la crisi ambientale non fosse percepita in genere per la sua reale gravità, una gravità che farebbe impallidire qualsiasi pandemia di SARS. Non è senza dubbio una scarsità di informazione, né di evidenze scientifiche e reali.

L’idea condivisa è quella che «Sì, forse i cambiamenti climatici sono un problema ma perché devono essere proprio un mio problema?».

C’è dunque una forma di inerzia che ci paralizza. Non sentiamo, non vediamo e quindi non agiamo. Per passare all’azione, auspicata, urgente e necessaria, è importante riuscire a rendere visibile l’invisibile, liberarci dall’inganno che il pianeta stia bene, che noi stiamo bene, ma soprattutto liberarci dalla convinzione che ciascuno di noi non possa fare niente. Dobbiamo liberarci dalla convinzione che, comunque vada, noi ci salveremo. Non è così! 

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”, recitava Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe. Ed è proprio così, nella nostra osservazione del mondo ci sfugge l’essenziale. Non so se ciò accada esclusivamente per una questione di priorità o solo perché decidiamo di guardare altrove. Aprire gli occhi, non è un gesto banale. Ci vuole una volontà ferrea per decidere di osservare e di cogliere ciò che proprio non si vede ad un primo sguardo disattento. 

Credi di aver aperto i tuoi occhi?  Il punto centrale del discorso sta proprio nel fatto che continuiamo a vedere ciò che ci circonda quasi dall’esterno. Ci comportiamo come se il mondo non ci appartenesse, come se non fosse affatto la nostra casa. Ma il mondo è la nostra casa, è tua, è mia, è la casa di tutti, una casa sempre più piccola, più sporca, più povera e più malata. 

Tornando a noi, e chiarito il punto del nostro rifiuto quasi primitivo di accettare il problema dei cambiamenti climatici, è doveroso dire che in un futuro imminente assisteremo purtroppo a nuovi eventi catastrofici, capaci di sconvolgere il nostro pianeta. Saranno eventi sempre più intensi e frequenti, collegati gli uni agli altri da uno stretto sistema di relazioni di dipendenza causa-effetto, i cui legami saranno sempre più di facile lettura. Quando questa lettura sarà chiara e si porrà davanti agli occhi di tutti, con grande probabilità per il genere umano sarà ormai troppo tardi per reagire. Saremo entrati dentro un processo irreversibile, avremo superato il punto di non ritorno.

Alice: «Per quanto tempo è per sempre?» 

Bianconiglio: «A volte, solo un secondo»

Noi crediamo che il mondo possa avere una vita infinita in realtà questo non è affatto vero. Tutte le cose hanno fine e hanno fine ancora più velocemente se il tasso del loro consumo è superiore al fattore rigenerazione. Il nostro pianeta ora sta vivendo proprio in questa fase. 

Hai mai preso in considerazione che il nostro pianeta è finito? In realtà la specie umana accetta ogni cosa, ma questo no. Questa cosa non ci sta dentro la nostra mente. Il pianeta non è infinito, mettiamocelo in testa!

Ci dimentichiamo troppo spesso che gli altri, cui releghiamo l’agire, siamo noi e che se non agiamo in prima persona e, soprattutto, se non agiamo ora, nessuno lo farà per noi. E allora, azioni elementari che dovrebbero essere scontate e meccaniche, come quelle che ci hanno insegnato i nostri genitori, come spegnere la luce, chiudere il rubinetto dell’acqua quando ci laviamo i denti o azioni senz’altro più impegnative ma necessarie per sostenere la lotta ai cambiamenti climatici, come diminuire la quantità di prodotti di origine animale sulle nostre tavole o diminuire gli sprechi alimentari, oppure fare scelte oculate negli acquisti o ancora diminuire i nostri consumi o i nostri spostamenti dipendenti dai combustibili fossili, sono tutte azioni che rimangono nella sfera del futuro non possibile, non praticabile, non contemplato, non accettabile, almeno per ora.

Un loop, quello descritto, dal quale difficilmente potremmo uscire una volta innescata la reazione a catena e raggiunti i punti di non ritorno descritti. In questo scenario, il pianeta distruggerà l’essere umano per sopravvivere ad esso. Sembra solo uno scenario post-apocalittico da film di fantascienza ma purtroppo non lo è. Non lo è affatto. È il disegno di una futura realtà, un disegno del mondo che ci stiamo preparando a lasciare alle generazioni future. Una vera bomba ad orologeria. Mi chiedo se possiate prendere in considerazione per un attimo il fatto che dobbiamo evitare tutto questo e che dobbiamo iniziare a comportarci e a pensare ad uno scenario alternativo a quello qui descritto. Pensare ad uno scenario responsabile.

Meditiamo, perché ogni nostra azione produce frutti e nutre inconsapevolmente il cambiamento. Aver cura della nostra casa comune con piccoli gesti quotidiani è coscienza. Evitare di scaldare troppo le nostre abitazioni, non sprecare cibo, camminare a piedi, differenziare rifiuti, piantare alberi, avere rispetto e cura dell’altro, educare i figli al rispetto, essere sobri, chiedere permesso senza prepotenza e avere cura del pianeta: tutto questo è coscienza.

Volete o no che i nostri figli possano godere di qualche miracolo incredibile che solo la natura è in grado di regalarci? Non doverli costringere a lottare per sopravvivere, mettendoli gli uni contro gli altri in un mondo devastato dall’ingordigia umana?

Per arginare questo pensiero dilagante si avrebbe bisogno di un pensiero sovversivo, di una vera e propria rivoluzione. Si avrebbe bisogno di vere e proprie catene di reazione. Azioni individuali, locali e sovralocali, azioni che partano dal basso ma non solo, azioni che si intersechino le une con le altre, in una rete complessa di azioni, luoghi e persone. Una rete fitta e indistricabile. Una rete, insomma, capace di pescare gli individui e non lasciarne fuori nessuno a nuotare da solo. Ci vorrebbe un pensiero che sia capace di nuotare controcorrente. Un pensiero capace di combattere chi ci impone uno stile di vita al di sopra delle capacità del pianeta. La globalizzazione e il consumismo non sono fatti per questa terra, mettiamocelo in testa! Non siamo obbligati a continuare a distruggerlo. Non siamo obbligati a comprare solo perché ce lo possiamo permettere. Questo è profondamente sbagliato. Possiamo farci bastare quello che già abbiamo? Forse. Io direi: certo che possiamo, certo che dobbiamo.

Non c’è una questione ambientale separata da una sociale, non ci sono comportamenti individuali scollegati dalla società in cui gli individui vivono. Per questo è necessario un adattamento della società nella sua complessità rispetto alle condizioni ambientali contingenti. Ladattamento non potrà essere solo un modo diverso di riorganizzare la società, ma dovrà essere una vera e propria rivoluzione culturale orientata alla riscoperta dell’individuo all’interno di una collettività. La linfa che scaturirà da questo adattamento, prima individuale e poi collettivo, costituirà l’indispensabile medicina per rimarginare le ferite che lacerano la società e il nostro pianeta.

Allora, immaginiamo, ripensiamo e rivoluzioniamo il mondo intero, avviamo processi di adattamento che partano dall’individuo ma che interessino contestualmente la collettività e il territorio in cui essa vive, costruendo veri patti condivisi di corresponsabilità. Ragioniamo sulla creazione di comunità territoriali, su luoghi di interazione tra persone, sulla condivisione di spazi di lavoro e mezzi di trasporto, su città organizzate sul concetto di beni e servizi di prossimità, su mercati più piccoli e localizzati, settimane lavorative più brevi, su una qualità di vita non orientata esclusivamente al consumo.

Mettiamoci in cammino, non perdiamo tempo, iniziamo questa nuova avventura! Prendiamo atto del miracolo della vita che ancora ci circonda, tuteliamo le risorse che ancora abbiamo a disposizione. Concentriamoci sulla capacità di essere resilienti, sull’innovazione che siamo in grado di produrre finalizzandola verso il riutilizzo delle risorse in cicli infiniti. Chiudiamo catene aperte di consumi ed evitiamo di aprirne di nuove. Smettiamo di fare le vittime del sistema e diventiamo attori del cambiamento.


Pronti a salvare insieme la nostra casa? Agiamo ora per costruire l’Unico Mondo Possibile, quello in cui ancora e per lungo tempo la Natura possa regnare sovrana e, in simbiosi con essa, l’Uomo.

Vania Erby è nata a Cagliari nel 1972, laureata in Ingegneria si occupa di politiche ambientali da oltre un ventennio. Ideatrice del progetto “I bambini che piantano gli alberi”. L’Unico mondo possibile dalla resilienza all’azione è il suo libro di esordio.

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