Sport da maschio e sport da femmina

Esiste il genere nello sport?

Scritto da Mila Goncalves – giornalista e digital marketing specialist (per saperne di più clicca qui)

Lo sport è un argomento che mi sta molto a cuore. Pratico il CrossFit da più di tre anni e in questo periodo ho percepito notevoli miglioramenti che l’attività mi ha dato come l’aumento della resistenza alla fatica e resistenza cardiorespiratoria. Pur avendo svariati benefici spesso sento su di me tanti di quei pregiudizi per lo stereotipo dello sport di forza considerato ‘maschile’ con frasi del tipo ‘diventerai troppo muscolosa’ ‘perderai la tua femminilità’ o ‘è uno sport troppo pesante per te’.

E allora mi sono domandata: esiste veramente lo sport da maschio e lo sport da femmina nel nostro paese?

Ebbene (anzi, Emmale) sì: gli sport di combattimento, di forza o con il pallone vengono genericamente definiti sport da maschio perché associati ad un’immagine di virilità inadatta alle donne. Sono aspetti della cultura ottocentesca ancora molto radicata nella nostra società. Cultura in cui, l’uomo con le gare sportive enfatizzava le caratteristiche fisiche e psicologiche tipicamente maschili e le donne non dovevano danneggiare la femminilità attraverso lavori manuali e le attività fisicamente impegnative come lo sport.

Quindi le discipline sportive che richiedevano resistenza e spirito competitivo, oltre che sviluppo muscolare, erano in conflitto con l’ideale femminile dell’epoca.

Sottolineo che negli ultimi decenni il numero di donne sportive è aumentato e abbiamo più opportunità ma esistono ancora notevoli differenze tra i sessi nello sport: le donne anche di altissimo livello per la legge italiana non possono essere professioniste, restano dilettanti con evidente gap per quanto riguarda il reddito. Per non parlare poi del fatto che per molte di noi, moglie o mamme, fare una semplice attività fitness è una concessione mentre per l’uomo giocare a calcetto con gli amici è un momento necessario per lo svago.

Il gender gap in Italia: i numeri

Secondo l’Istat 2017, poco meno del 34% della popolazione italiana dichiara di praticare uno o più sport come hobby;  tra i maschi circa 29% pratica sport con costanza e le donne si scende al 21%. 

“Nel sistema sportivo italiano le atlete rappresentano il 28,2% (i maschi sono al 71%), le dirigenti di società sportive sono il 15,4% (gli uomini l’84,6), i tecnici-donna sono poco meno del 20% (gli uomini sono l’80%), le dirigenti federali il 12,4%, le ufficiali di gara il 18,2%, contro, rispettivamente, l’87,6% e l’81,8% dei maschi.

Fonte La Repubblica

Se pensiamo che nell’atletica si è dovuto aspettare il 1984 perché le donne fossero ammesse a correre la maratona alle Olimpiadi, il 2000 per il salto con l’asta, il 2008 per i 3000 siepi, tutti sport ritenuti troppo maschili per essere praticati dalle donne.

La lotta per la parità nello sport è iniziata relativamente da poco. Nel 1985 per la prima volta sono state riconosciute ufficialmente le pari opportunità tra donne e uomini nello sport in Europa ed è stata proposta la ‘Carta dei diritti delle donne nello sport’, successivamente trasformata dal Parlamento Europeo nella Risoluzione delle Donne nello Sport nel 1987. (Clicca qui per leggere)

E in Sardegna, lo sport ha genere?

Purtroppo il gap di genere nello sport è una triste realtà anche nell’isola. L’istruttrice di surf e di rugby presso la Società sportiva “Cagliari Rugby Club(Leggi di più) Elisa Attene, racconta che quando ha iniziato con la pratica del surf da onda, a soli 12 anni, era uno sport prettamente maschile, “Ricordo che mi incuriosiva guardare i surfisti e vedevo un grande senso di libertà nei loro volti sempre sorridenti tra le schiume. Ricordo solo ragazzi, non ricordo nessun volto femminile che mi ispirò e mi spinse.” 

“Oggi vedo quanto questo sport si sia esteso finalmente anche al sesso femminile. Soprattutto per quanto riguarda il free-surf. Penso che questa maggior diffusione anche in Italia della pratica del surf possa finalmente cambiare l’idea della surfista solo come immagine di modella seminuda piuttosto che come vera e propria sportiva”.

Elisa Attene mentre pratica il surf da onda

Un’altra difficoltà trovata dalle donne nella pratica degli sport ‘maschili’ è il pregiudizio riguardante il fisico, come spiega Tatiana Carzedda, allenatrice di canoa e canottaggio presso la Società Canottieri Ichnusa (Leggi di più) “Spesso si trovano nelle famiglie pregiudizi legati alla fisicità che le ragazze acquisirebbero con l’allenamento, pregiudizi assolutamente infondati, in quanto un fisico sano è un fisico in equilibrio, allenato e tonico e questi sport fanno acquisire tutte queste caratteristiche”.

Nella pratica sia della canoa che del canottaggio l’istruttrice racconta che sono presenti ambi i sessi; “Nelle competizioni sono previsti anche gli equipaggi misti. Fortunatamente non ho mai subito nessuna discriminazione. E’ capitato qualche volta che mi si facessero battute sulla mole delle mie spalle, come “ma non sei troppo grossa?” , oppure “sembri uno scaricatore di porto/muratore”, tutte provocazioni che su di me non hanno sortito nessun effetto!”

Tatiana Carzedda istruttrice di canottaggio
Gli sport di combattimento 

Se prima ho parlato degli sport singoli mi viene la curiosità di sapere come è la partecipazione femminile in quelli di squadra e di combattimento laddove, agli occhi dei meno esperti, c’è molta violenza e dunque non sono adatti alle donne.

Francesca Corona, lottatrice di brazilian jiu-jitsu da più di 10 anni, afferma che la connotazione di genere nel suo sport è ancora molto presente; “Il fatto stesso che si consideri uno sport maschile rende difficoltoso per una donna conoscerlo, apprezzarlo, iniziare a praticarlo e continuare negli anni a farlo. È per questo che sono ancora poche le donne che praticano questi sport e quelle poche che rimangono devono affrontare le difficoltà che comporta lottare solamente con uomini, per via delle differenze fisiche che inevitabilmente esistono”.

Francesca Corona lottatrice di Brazilian Jiu-Jitsu

E completa: “Nella mia palestra sono l’unica donna. Però ci sono state diverse donne negli anni che hanno intrapreso questo cammino al mio fianco e ho fatto sempre quanto in mio potere, insieme ai miei istruttori e ai miei compagni, per farle sentire le benvenute e incoraggiarle”.

Una realtà simile la troviamo anche in altri sport di combatimento come ad esempio la Muay Thai. Sara Aledda praticante della disciplina da quasi 15 anni dice che “… né il mio Maestro né i miei compagni di allenamento mi hanno mai fatta sentire “diversa” da loro, esclusa, o riservato un trattamento differente perché donna…Quando ho iniziato a praticare con compagni di allenamento quasi esclusivamente uomini ho constatato che in questa Arte la disciplina ed il rispetto sono dei principi imprescindibili trasmessi ai praticanti ancor prima di qualunque altro tipo di insegnamento.”

“Sebbene negli ultimi tempi qualcosa stia cambiando, i fatti di cronaca dimostrano che le donne che scelgono sport storicamente considerati prerogativa maschile non sempre vengono prese sul serio e, come accade anche in altri ambiti della vita, si trovano nella condizione di dover dimostrare di essere all’altezza, lavorando ancor più duramente”, aggiunge.

La ridotta presenza femminile è il problema trovato anche negli sport di squadra come il rugby, “Non trovare una squadra dove giochino già delle altre bambine oltre ai maschietti è una problematica della nostra isola che ostacola la crescita di una vera e propria atleta. E’ molto importante il giusto confronto anche con ragazze della propria età… senza dire che in sport come il rugby trovano difficile emergere come atlete e sportive di fatto perché le campagne pubblicitarie o gli spazi pubblicitari in generale sono dominati ancora dal sesso maschile e dallo sterotipo dell’uomo come giocatore di rugby”, dice l’istrutrice Elisa.

Elisa Attene allenatrice di Rugby
Come cambiare la disuguaglianza di genere nello sport?

I precursori del diverso coinvolgimento sportivo da adulti sono le differenze nel gioco organizzato di ‘maschi’ e femmine’ già dall’infanzia. 

Mi spiego meglio: uno studio realizzato nel 1976 con circa 180 bambini di quinta elementare (Leggi di più ) osservava le differenze nell’attività di gioco:

  • I maschi preferiscono: 

-i giochi all’aperto

-gruppi di gioco medio grandi

-età eterogenea del gruppo

-meno maschi fanno che giochi da ‘femmina’

Questo porterebbe i maschi da grandi ad essere più propensi verso lo sport in generale e in particolare verso quelli di squadra.

  • Le femmine preferiscono:

-giochi al chiuso

-gruppi di gioco medio

-età omogenea del gruppo di gioco

-più femmine fanno giochi da ‘maschio’

Questo porterebbe le femmine da grandi ad essere meno propense verso gli sport individuali e in generale meno interessate allo sport.

“La partecipazione a sport di squadra decresce dalle elementari all’università, sia per i maschi che per le femmine. I maschi comunque partecipano sempre di più indipendentemente dall’età. Il decremento è comunque maggiore per le femmine, che preferiscono attività in spazi chiusi ed in piccoli gruppi o in solitudine”.

Vaughter et al., 1994.

Purtroppo ancora oggi nelle famiglie la scelta dei giochi diversi per genere effettuata in modo impositivo (culturalmente) da parte di genitori e parenti, contribuisce alla conservazione delle tradizionali divisioni tra i ruoli sessuali nella società, dotando i ragazzi delle abilità sociali necessarie per le carriere occupazionali e dotando le ragazze delle abilità sociali più adatte alle carriere familiari.

A seguito dell’educazione di genere, le ragazze sono spesso inibite ad avere certi atteggiamenti fondamentali nella società moderna, come la competitività e le motivazioni al successo, aumentando così il conflitto tra le aspettative connesse al ruolo femminile e la piena realizzazione personale, la scarsa propensione ad affrontare rischi, la disistima e, in generale, la mancanza di incentivi sociali.

Senza dubbio i modelli sociali e la famiglia influiscono sulla partecipazione delle ragazze anche nello sport. Indipendentemente dal contesto competitivo fanno sport le ragazze:

-incoraggiate allo sport da persone per loro importanti

-i cui genitori e amici ritenevano lo sport un’attività appropriata per un’adolescente femmina

-che hanno avuto un supporto familiare e sociale dall’infanzia fino all’adolescenza.

Possiamo fare più di quello che pensiamo per cambiare la differenza di genere nello sport e aumentare la partecipazione femminile, come per esempio: iniziando da dentro le nostre case… semplice no?

Ai genitori consiglio di approcciarsi allo sport senza barriere o preconcetti, tutti gli sport sono validi, tutti gli sport temprano il fisico e insegnano qualcosa, tutti gli sport creano amicizie e legami che durano nel tempo e queste sono le cose importanti”. Tatiana Carzedda

Educate con la testimonianza. Non parlate di parità nello sport, datela per scontata, praticatela con il vostro esempio, con i vostri comportamenti. Cercate di assecondare i desideri dei vostri figli senza preconcetti. Lo sport, qualsiasi esso sia, farà il resto”. Francesca Corona

Lo sport è un diritto e il talento non ha genere.

Una opinione su "Sport da maschio e sport da femmina"

  1. Giusto una decina di giorni fa dicevo ad una delle ragazze che fanno parte della squadra di canoa-polo femminile della società di cui sono direttore sportivo che secondo me lo stock di pregiudizi di genere esistenti nella società di tutto il mondo ha ridotto la capacità di crescita del mondo stesso: per millenni ci siamo persi la metà (o forse di più) delle possibilità di evoluzione sociale. Una persona con un fisico a posto, soddisfatta dello sport che pratica e che è come la sorte e l’allenamento l’hanno formata e, soprattutto, che piace a se stessa deve andare bene per tutti gli altri. Il resto è fuffa

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