Daniela Sardu

I morti non fanno rumore, non fanno più rumore del crescere dell’erba […].” 

Giuseppe Ungaretti, Il dolore, in Vita d’un uomo, Mondadori

La poesia da cui abbiamo estrapolato questa frase è stata scritta da Ungaretti dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Abbiamo voluto riportare questo passo ai giorni nostri perché in questo ultimo anno e mezzo abbiamo combattuto una guerra, a volte silenziosa, a volte noiosa, a volte soffocante, contro un nemico invisibile di per sé ma molto visibile per gli effetti che ha procurato: il COVID 19.

I morti non fanno rumore ma se pensiamo a chi stava in prima linea a combattere, i medici, gli infermieri i volontari delle ambulanze, loro sì che hanno sentito un rumore spesso assordante, un rumore che è rimasto dentro di loro, che viene fuori nei momenti di pace e li turba ancora e ancora li turberà.

I nostri angeli, i nostri eroi… loro rifiutano di essere chiamati così perché quello è il loro lavoro, quello che hanno scelto per passione e che anche in questa guerra hanno scelto di continuare a fare con maggior dedizione di prima.

Il primo Medico morto per COVID19 se n’è andato l’11 marzo 2020. Si chiamava Roberto Stella ed era il Presidente dell’Ordine dei Medici di Varese. In un anno la pandemia ci ha portato via  340 medici, per la maggior parte Medici di Medicina Generale, precisamente 112 (dato al 18 marzo 2021). Troppi gli Infermieri morti per Covid-19, soprattutto nella seconda fase della Pandemia. Moltissimi di loro lavoravano in strutture per anziani, il resto nell’Emergenza o in Area Critica, altri erano liberi professionisti. Un elenco in continuo aggiornamento. 

La settimana scorsa è stata festeggiata la giornata degli infermieri e a noi sarebbe piaciuto poter pubblicare questo articolo, questa intervista ad una woman to follow coraggiosa e grintosa, volevamo intervistare Daniela Sardu, infermiera di un reparto COVID di Cagliari.

È stato difficile, l’abbiamo un po’ rincorsa perché i suoi turni sono estenuanti e a casa ha un marito e due meravigliosi bimbi di 5 anni ai quali vuole giustamente dedicare il suo tempo. Ma non ci siamo perse d’animo ed abbiamo trovato una soluzione: a casa sua, in un momento di quiete familiare, mentre i bimbi giocavano, il marito le ha fatto le domande fornite da noi, lei ha risposto ed hanno registrato col cellulare.

Ne è venuta fuori un’intervista sincera, struggente, a tratti veramente intima e di forte umanità. Noi due, nel trascriverla ci siamo ritrovate con i lacrimoni ed il cuore spezzato quando parlava della morte in reparto. Poi subito intenerite dalla vocina dei bambini che richiedevano attenzione. Ma lei è una donna speciale, una donna di 49 anni minuta e con gli occhioni dolci ma con un coraggio da leone.

Eccovi allora l’intervista, ve la vogliamo riportare così come l’ha realizzata, con tutte le emozioni che ha vissuto e che ha fatto vivere anche a noi. 

Mi chiamo Daniela, nella vita sono un’infermiera, sono una mamma e sono felice di poter essere entrambe le cose. Amo fare giardinaggio,  preparare dolci, fare lunghe passeggiate e vorrei poter riprendere a suonare [ndr: ha studiato flauto traverso al conservatorio di Cagliari]. I miei hobby li ho trascurati un po’ in questo ultimo anno e mezzo, purtroppo nel quotidiano bisogna fare delle scelte poiché il tempo è contato ed è impossibile fare tutto quello che si vorrebbe. Però le cose più importanti le faccio: sono la mamma di due splendidi gemelli, la moglie di un uomo che mi ama e mi supporta e svolgo un lavoro che mi soddisfa!

Come gestisci lo stress del lavoro durante la pandemia in corso e nella famiglia?

In quest’ultimo periodo lo stress è stato molto difficile da gestire, devo confessarvi che sono emotivamente provata: ho visto morire troppe persone. In tanti anni di lavoro ho imparato a non trasmettere le mie ansie, le mie paure e le mie preoccupazioni in famiglia, però quando fai un lavoro che ti coinvolge emotivamente come il mio, capitano quelle serate in cui effettivamente sei triste perché hai dovuto dire addio ad un paziente, ad una persona che speravi si potesse salvare. Ovviamente ai miei bambini non manca mai un sorriso, però dentro di me [ndr: la voce si fa triste e mesta] so che cosa ho visto ma me lo tengo dentro!  

Cosa è cambiato nella tua vita personale e professionale con la pandemia?

Sono cambiate tante cose: nella vita personale sicuramente è cambiata la qualità del tempo che dedico alla mia famiglia. I turni di lavoro sono stati massacranti, c’è stato anche chiesto di fare straordinario per gestire al meglio il reparto durante questo periodo di pandemia e  tutto questo mi ha portato a rientrare a casa particolarmente stanca e stremata. Per quanto mi impegni continuamente affinché i miei bambini non soffrano del fatto che io sia così provata fisicamente ed emotivamente, mi rendo conto che sicuramente il mio modo di pormi è cambiato.

Prima avevo più energie e spesso uscivamo a fare lunghe passeggiate; dopo il lockdown sceglievamo posti isolati dove poter camminare senza disobbedire alle normative e alle restrizioni. Ora invece sono troppo stanca.

Professionalmente è cambiato tantissimo: in reparto si utilizzavano solamente i DPI necessari per prendersi cura dei pazienti affetti da specifiche patologie, adesso siamo costretti ad utilizzare tute, mascherine, guanti e visiere per quasi tutto il turno. Poiché i DPI non si devono sprecare,  questo comporta una lunga permanenza nella zona rossa  [ndr: stanze di degenza Covid], significa sudare moltissimo, segni e lividi sul viso da compressione delle maschere protettive e cefalea fino allo sfinimento.

La relazione con i pazienti è sempre stata un elemento importante nel mio lavoro ma forse mai come adesso ha assunto un ruolo importantissimo nel percorso di cura.

In qualche modo noi operatori sanitari siamo diventati una famiglia (temporanea) per i nostri pazienti: il tempo di degenza è purtroppo molto lungo, il Covid è una patologia devastante e prima che l’organismo si riprenda ci vuole parecchio tempo. Purtroppo noi diventiamo le uniche persone con cui i pazienti si possono confrontare e trovare conforto. 

Questo è “bellissimo” ma allo stesso tempo molto pesante perché… [ndr: rimane pensierosa ed il marito le chiede “Bellissimo perché?”, lei rimane qualche secondo in silenzio poi con la voce molto emozionata risponde] è bellissimo perché ti accorgi che i pazienti sono felici quando tu arrivi, quando scambi delle chiacchiere con loro, quando ti rendi conto che tu sei fondamentale nel supportarli e nell’aiutarli a superare la malattia, perché la malattia va superata non solo fisicamente ma anche psicologicamente

Quando un paziente entra in reparto, viene separato dai propri cari, così improvvisamente da perdere i contatti con la famiglia. Abbiamo avuto più casi di persone… [ndr: qualche secondo di silenzio e con la voce molto tremula continua] contagiate nello stesso nucleo familiare e non tutti [ndr: emozionata cerca di finire la frase] ce l’hanno fatta!  

Nel nostro reparto è ricoverato un signore di 79 anni, una persona deliziosa, che nonostante tutto sembra stia migliorando, mentre la moglie si trova in un altro reparto entrambi sono molto provati dalla morte del figlio di 50 anni… [ndr: non riesce a trattenere le lacrime] non ce l’ha fatta… ed è morto… è morto l’altro giorno e quindi, ecco… [ndr:  non riesce a finire la frase. Il marito aggiunge “e quindi è importante per voi essere presenti e supportare queste persone nel momento in cui loro sono…” lo interrompe il figlio, si avvicina alla mamma e le dice “tieni mamma – le porge qualcosa – abbiamo rimesso a posto su in mansarda, siamo stati bravissimi?” Daniela risponde tra le lacrime “bravissimi amore, bravissimi” e riprendendo una parvenza di serenità prosegue] e quindi è fondamentale essere di supporto per loro. In tutta questa sofferenza e questo dolore chiaramente si crea un rapporto “intimo” e noi diventiamo la loro famiglia momentanea. 

Ogni volta che vediamo un paziente che torna a casa è una festa per loro ed è una festa per noi. E’ difficile per me parlarne perché sono sempre molto coinvolta emotivamente… per me i pazienti non sono nomi, sono persone con tante storie dietro, tutte importanti. Spesso quando un paziente torna a casa, gli facciamo un applauso, per poterlo salutare e fargli capire che noi non ci dimenticheremo di lui. Ma anche i pazienti penso non si dimenticheranno di noi. 

Ecco, questo è il mio lavoro! Potrei spiegarvi le parti tecniche del mio lavoro: come somministriamo le terapie, attacchiamo NIV (Non Invasive Ventilation), ossigenoterapie, infusioni di tutti tipi; però la parte che mi ha fatto scegliere di essere infermiera è questa!

Quali sono stati i momenti più duri a lavoro in questo periodo di pandemia?

I momenti più duri sono sicuramente stati quelli in cui abbiamo visto morire tante persone. Devo dire la verità, nel primo periodo non eravamo assolutamente preparati ad un’emergenza del genere perché probabilmente non si pensava ad una pandemia di questa entità. E poi i numeri sono triplicati, quadruplicati ed è stato difficile con i soli mezzi che avevamo.

Qual è stato uno dei momenti più pesanti dal punto di vista professionale e familiare?

La paura di contagiarmi è l’incubo peggiore: nonostante io utilizzi costantemente tutti i DPI e sia sempre attenta anche nella vita di tutti i giorni, sono consapevole che non esiste la garanzia di non infettarsi.

Le scelte che ho dovuto intraprendere all’inizio della pandemia sono state le più difficili; quando mi è stato chiesto se volevo essere a contatto diretto con i pazienti o se preferivo agire “dalle retrovie” organizzando il lavoro esterno alla zona rossa, non ho avuto dubbi: ho scelto di entrare ed essere in prima linea da subito. Volevo imparare da subito a fronteggiare quel mostro in modo da poter aiutare gli altri e contemporaneamente essere in grado di proteggere me stessa e la mia famiglia. 

Insieme a mio marito abbiamo anche ragionato sull’opportunità di vivere separati in modo da non correre il rischio di infettare le persone che amo ma alla fine siamo arrivati alla conclusione che i bambini ne avrebbero sofferto. Il fatto che oggi sia stata vaccinata mi ha permesso di alleggerire questa paura.

La tua famiglia è in qualche modo d’aiuto nell’affrontare e nel gestire questa situazione stressante o in qualche modo è un ulteriore tassello allo stress?

La mia famiglia non è assolutamente un ulteriore tassello allo stress: stare con i bambini mi alleggerisce ed il confronto con mio marito è stato sicuramente utile per affrontare i momenti di maggiore sconforto.

La chiusura delle scuole per quarantena è stata sicuramente una fonte di stress: poiché anche il lavoro di mio marito è stato considerato come “essenziale”, in alcuni giorni ci siamo trovati costretti a dover chiedere aiuto alla nonna e quindi fare delle corse pazzesche per portarle i bambini ed arrivare puntuali a lavoro. Nonostante i decessi si siano ridotti, grazie al miglioramento dei protocolli terapeutici, la situazione continua ad essere preoccupante anche perché l’età media dei ricoverati si sta decisamente abbassando.

Quali sono i punti positivi e negativi di essere donna nel settore della salute in Sardegna? E in questo momento così difficile?

Sinceramente nell’ambito in cui lavoro non esiste differenza tra uomo e donna. Veniamo trattati nello stesso modo e abbiamo la stessa considerazione agli occhi di tutti. Lavoro in un contesto misto e questo sicuramente è una cosa positiva.  Sarebbe utile per coniugare al meglio lavoro e famiglia, poter disporre di strutture che si prendano cura dei nostri figli visti gli orari particolari che facciamo.

Quanto è importante nella tua professione il lavoro di gruppo? 

Il lavoro di gruppo nella professione sanitaria è fondamentale, tutti sono indispensabili a qualsiasi livello e in qualsiasi specializzazione e tutti fanno la loro parte per dare le migliori cure al paziente e non solo, anche per far sentire il paziente accolto nella sua sofferenza fisica e psicologica.

Mi ricordo un episodio bellissimo: una ausiliaria delle pulizie ha comprato la pizza ad un paziente. Questo è stato un gesto meraviglioso e contribuisce a rendere più umano un reparto che in certi momenti ha veramente avuto a che fare con situazioni molto pesanti.

Proprio per questo non finirò mai di ringraziare tutti: infermieri, medici, OSS, ausiliari delle pulizie e tutti quelli che hanno contribuito e contribuiscono ancora a fornire il nostro servizio e a rendere più sopportabile, per i pazienti, l’isolamento dai propri cari.

Riesci a renderti conto di quante donne può ispirare la tua abnegazione e la tua professionalità in un momento così difficile?

Non ho mai pensato di essere un esempio, nel senso che per me è tutto venuto in modo spontaneo: penso che si debba fare ciò che è giusto anche se questo comporta il dover mettere in secondo piano alcuni aspetti della vita privata. 

Sono convinta che quello che si fa per il bene della collettività, si riflette anche sui tuoi cari. Spero che i miei figli un giorno possano essere orgogliosi di me, mi piacerebbe che fossero capaci di comportamenti altruistici e coraggiosi anche nei momenti difficili.  Sono convinta che se supereremo questa pandemia sarà anche grazie a tutte le splendide persone con cui ho avuto la fortuna di lavorare. 

E tu a quale donna ti ispiri?

A mia madre. E’ stata lei ad insegnarmi i valori della vita, è una persona meravigliosa che mi ha aiutato a diventare quella che sono oggi.

Il tuo lavoro ti soddisfa, lo sceglieresti nuovamente tornando indietro?

Lo risceglierei senza pensarci. Mi ritengo una persona fortunata a fare un lavoro che mi piace, vorrei soltanto che gli fosse riconosciuto un maggior valore economico.

Se dovessi scegliere, quale è la lezione più importante che vorresti imparassero i tuoi figli?

Vorrei che i miei figli seguissero i loro sogni e che andassero dove li porta il cuore. Vorrei che fossero in grado di rispettare e convivere con le diversità, vorrei che contribuissero, nel loro piccolo o nel loro grande a migliorare questo mondo, vorrei che fossero degli adulti migliori di quelli che ci sono oggi. 

Ti piacerebbe che seguissero le tue orme professionali?

Vorrei solamente che loro facessero ciò che li fa stare bene. Quindi se Iris e Ruben mi dovessero dire “mamma voglio fare il tuo lavoro” ben venga se questo è ciò che vogliono. In ogni caso io li aiuterò a perseguire il loro obiettivo.

Questa è Daniela, la nostra “donna a cui ispirarsi” di oggi, professionista appassionata, madre e moglie dolcissima. Grazie Daniela, perdonaci perché solo dopo aver sentito la tua registrazione rotta dal pianto ci siamo rese conto di quanto sacrificio ti abbiamo chiesto nel ripercorrere questo periodo difficile. Sei una donna meravigliosa, sei proprio una woman to follow.

E grazie a tutti gli operatori sanitari che con grande sacrificio e senso del dovere ma anche con tanta umanità, stanno combattendo questa guerra per noi in prima linea.

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