QUALE RISVEGLIO PER LA DONNA DOPO LA PANDEMIA CHE L’HA FATTA TORNARE, SUO MALGRADO, L’ “ANGELO DEL FOCOLARE”?

Scritto da Anna Panzali – Avvocata – (per saperne di più clicca qui)

Siamo finalmente in primavera e tutta la natura si risveglia, nell’aria c’è già profumo di fresie (e di cioccolato), iniziamo a fare delle belle passeggiate sulla spiaggia e il sole sta diventando sempre più caldo.

E mentre la natura si ridesta qualcuna, che in realtà della natura fa parte ed è madre, purtroppo non riesce a riprendersi da questo lungo inverno che dura ormai da un anno. Un lunghissimo inverno che si chiama pandemia!

Quali sono stati i soggetti più colpiti dalle conseguenze di questo mostro invisibile e silente? Le donne e i bambini/adolescenti (e quindi, indirettamente, di nuovo le donne).

Questo virus maledetto ha amplificato le disuguaglianze sociali di genere provocando una dilatazione del tempo necessario per raggiungere la parità di genere di 51 anni, passando dal 2120 al 2171 (fonte: Se non ora, quando? studio realizzato da Accenture e Quilt.AI insieme a Women20 (W20))

Fonte sito Ansa

Dopo il tiepido rialzo dell’occupazione italiana con la fine del primo lockdown in estate, dall’autunno la situazione è tornata a peggiorare a causa della seconda ondata e delle nuove chiusure fino ad arrivare a dicembre mese che tra il Natale alle porte e le vacanze di fine anno, registra normalmente un rialzo dell’occupazione e che invece quest’anno ha visto gli occupati diminuire di 101mila unità!

Si tratta di un dato preoccupante soprattutto se si osserva come è composto dal punto di vista del genere: quasi esclusivamente femminile, con 99mila donne che sono finite disoccupate o inattive.

Ma andiamo a vedere il perché di questo fenomeno che, devo dire, non può stupirci: le donne da sempre trovano impieghi in settori come quello dei servizi e quello domestico, nella filiera del turismo-tempo libero, attività ristorative e commerciali, comparti produttivi tradizionalmente ad alta densità di lavoro femminile anche micro-imprenditoriale e che ora sono i più colpiti dalla crisi pandemica; molte imprese attive in quest’area hanno dovuto usare massicciamente la cassa integrazione, alcune hanno chiuso e non riapriranno; le donne da sempre hanno contratti che danno poca sicurezza e stabilità, contratti precari, part-time e raramente hanno posizioni apicali, indispensabili e ben retribuite. Nemmeno il blocco dei licenziamenti è riuscito a mettere un freno alla emorragia in corso!

Nelle famiglie le donne (anche prima della pandemia) sono nella stragrande (se non nella totalità) dei casi intrappolate nel carico della cura della famiglia (che siano occupate o meno) e tra un uomo che guadagna bene ed ha un lavoro di carriera con contratto sicuro, spesso in ruoli apicali, ed una donna che guadagna molto meno con un contratto precario o part time, la persona che viene “sacrificata” all’abbandono del lavoro per la cura della famiglia è genericamente la donna.

Questo avviene nella normalità, non è difficile capire dunque perchè in questo periodo le donne abbiano pagato il prezzo più alto nella sfera delle relazioni personali: i bambini e gli adolescenti sono stati costretti a stare a casa e a seguire la scuola in DAD; gli anziani hanno avuto bisogno di più cure ed attenzioni perché, per sicurezza, è stato meglio che si rinchiudessero a casa; molte aziende del settore a più alto impiego femminile sono fallite o comunque hanno completamente interrotto la loro attività senza una visione del futuro; senza parlare poi del fatto che la convivenza forzata in famiglia ha aumentato i casi di violenza tra le mura domestiche.

E indovinate chi, tra i due sessi, ha dovuto rinunciare (anche non volontariamente) alla propria occupazione per porre riparo a tutte queste nuove emergenze? La donna!

Fonte sito Ansa

Il 98% della forza lavoro che all’improvviso si è trovata a casa è forza lavoro femminile.

Ebbene sì, purtroppo avete letto bene: l’ISTAT ha pubblicato i dati e stabilito proprio che il 98% dei nuovi disoccupati è donna. L’ho ripetuto 2 volte e lo ripeto ancora: il 98% dei nuovi disoccupati è donna!

E non è tutto (ora snocciolo un po’ di dati, lo so sono noiosi ma ci fanno la foto del fenomeno!):

  • in Italia il calo dell’occupazione femminile durante l’emergenza Covid è stato il doppio rispetto alla media Ue con 402mila posti di lavoro persi tra aprile e settembre 2020.
  • Le donne sono la categoria ad aver registrato il minore numero di reingressi nel mercato del lavoro. Dal 4 maggio al 30 settembre 2020 sono rientrati nel mercato del lavoro 67 mila persone che avevano perso la propria occupazione durante il primo lockdown. Ma solo il 42,2% delle donne ha goduto di questa possibilità.
  • Nel secondo trimestre 2020, la riduzione delle attivazioni dei rapporti di lavoro delle donne supera di 6,2 punti percentuali il calo osservato per la componente maschile. Con l’estate le cose non sono andate molto meglio.
  • Al 30 settembre 2020 il saldo annualizzato per gli uomini è nuovamente positivo e risulta già in crescita di 15 mila posizioni, mentre per le donne si registra un calo di 38 mila posizioni (fonte ISTAT – Il mercato del lavoro 2020)

Ho finito con i dati noiosi (ma utilissimi) potete riprendere a leggere con più gusto!

E non è ancora tutto: spesso le donne che sono riuscite con le unghie a difendere il proprio posto di lavoro e a lavorare in smart working, cioè da casa, si vedono costrette a sovrapporre ore di attività professionale con ore di attività familiare in condizioni di grande disagio, in case magari con poche stanze e due figli in DAD, con connessioni ballerine e bimbi in età di allattamento.

A mio parere non si dovrebbe chiamare smartworking ma houseworking perché di smart non ha proprio nulla: provate voi (chi lavora ancora in ufficio) a fare una riunione di lavoro mentre vi passa sui piedi un bambino che tenta di recuperare una lego finita sotto la scrivania, o a fare un inserimento di dati su un excel mentre una cucciola di prima elementare ti ripete una poesia e un ragazzino di prima media urla dalla sua stanza mentre gioca con la Xbox; provate voi a ritirare la roba stesa perché è iniziato il diluvio universale mentre al telefono siete collegati con il vostro cliente. Altro che lavoro agile! Agile è la donna a saltellare qua e là tra panni sporchi, sugo che bolle, videocall, pc portatili cuffie e mouse, Mickey Mouse, Peppa pig e compagnia cantante!

Se prima la donna lavoratrice (madre o non madre) era un’acrobata, ora ha preso il premio Nobel per l’arte dell’equilibrismo.

La recessione attuale viene chiamata con un neologismo anglosassone dagli addetti ai lavori “Shecession” (da she: lei e recession: recessione) non a caso!

Intendiamoci: lo squilibrio di genere nel lavoro non l’ha mica inventato il COVID! Il problema però è che lo scenario in cui si è incastonata questa emergenza, il letto sociale in cui si è accucciato il nostro “simpatico amico” era ancora molto arretrato rispetto ad altri paesi: in Italia perdurano pregiudizi di «prima generazione» (le donne sono più adatte a lavorare a casa che fuori; i bambini crescono meglio a casa che all’asilo; i bambini hanno più bisogno della mamma che del papà; le donne sono più adatte a gestire risorse umane e gli uomini questioni tecniche o manageriali) che altri Paesi hanno superato da tempo.

In Italia il 50% delle donne, già prima dei Lockdown e delle restrizioni, dovevano effettuare delle scelte quasi obbligate: rinunciare ai figli per paura di perdere/non trovare il lavoro o rinunciare al lavoro per paura di non poter crescere dei bambini sereni ed equilibrati. E questo perché? Perché manca in Italia da sempre un modo di organizzare e decidere le cose ai livelli più alti con una visione di genere sia nel chi deve decidere che nel cosa decidere.

In Italia si ignora ancora adesso il gender budgeting ed è questo che ci frega! Non solo: in Italia i processi decisionali relativi all’emergenza e all’uscita dall’emergenza sono stati e sono dominati da politici ed esperti di sesso maschile che non hanno una (o hanno una scarsa) sensibilità alle implicazioni di genere nelle decisioni stesse.

Dal sito europarl.europa.eu, l’infografica illustra quanto il rischio di disoccupazione sia più alto per le donne a causa della pandemia.

E torniamo allora al titolo del nostro articolo: quale risveglio può avere la donna da questo periodo funesto? Come può risollevarsi dal cantuccio in cui di nuovo è stata esiliata?

Nessuno ha la soluzione in tasca, né può avere la presunzione di averla ma a furia di leggere e studiare politiche femminili, politiche di genere, conciliazione lavoro famiglia e di viverle sulla mia pelle, un idea me la sono fatta.

Il modo in cui normalmente si progettano riforme e cambiamenti in Italia e si redigono bilanci pubblici esula dall’impatto delle politiche sui generi stessi. Mi spiego meglio: se si prendono decisioni “neutre” che prescindono dalle diversità di genere dei soggetti su cui ricadono, non si sta facendo il bene di queste persone! Non si valorizzano le loro differenze per ruolo, capacità, responsabilità e pesi ma, all’opposto, se ne acuiscono le diseguaglianze socioeconomiche già presenti.

Il  bilancio pubblico, infatti, non è un semplice strumento economico, ma uno strumento imprescindibile e strategico con cui l’autorità politica definisce il modello di sviluppo socio-economico e i criteri di ridistribuzione all’interno della società, decide le priorità di intervento rispetto alle politiche e ai bisogni della cittadinanza e produce un impatto e degli effetti differenti a seconda che i destinatari degli interventi siano uomini o donne.

Ecco perché nella stanza dei pulsanti è importante che il genere femminile sia fortemente rappresentato e soprattutto rappresentato da donne che hanno affrontato già intimamente la loro lotta contro il retaggio culturale del patriarcato!

È importante che chi prende le decisioni al fine di riemergere da questo incubo chiamato pandemia, prenda in considerazione le questioni di genere non al fine di livellare i sessi (non è questo che le donne hanno mai chiesto) ma al fine di riconoscere le diversità, le capacità e i pesi dei due generi.

Chi è preposto al budgeting dovrebbe tener conto dell’economia non pagata (del lavoro domestico e di cura); dovrebbe tener conto degli ostacoli che, proprio per le diversità che le caratterizzano, le donne incontrano nella loro vita e prevedere delle politiche adatte alla rimozione degli stessi; dovrebbe offrire maggiore flessibilità per ridurre il peso delle cure familiari; dovrebbe incentivare una formazione che offra all’universo femminile maggiori opportunità occupazionali; dovrebbe prevedere equità retributiva; dovrebbe aumentare l’accesso della popolazione femminile alle tecnologie digitali; dovrebbe aumentare i servizi pubblici che aiutano la donna nella gestione della famiglia e nella cura dei propri cari (asili nido, centri diurni per anziani, babysitters, etc…) ed incentivare l’imprenditorialità in questo campo.

Insomma, c’è da fare e anche tanto! Vorrei per noi donne che questo momento in cui abbiamo quasi toccato il fondo, ci serva come propulsore per rimetterci in moto nella maniera giusta! Facciamoci sentire, facciamo rete, votiamo donne che tengono alla questione femminile!

La prossima volta vi parlerò di “chi ce l’ha fatta”…. Non vi dico altro 😉

Vi lascio un video e dei link interessanti sull’argomento che avete letto oggi:

Una opinione su "QUALE RISVEGLIO PER LA DONNA DOPO LA PANDEMIA CHE L’HA FATTA TORNARE, SUO MALGRADO, L’ “ANGELO DEL FOCOLARE”?"

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